Il Palazzo dell'Accademia
occupa il lotto centrale della fronte orientale di piazza San Carlo. La
cronologia esatta della costruzione non è nota (1).
Abbiamo solo poche date certe: il 1632 e il 1637, quando parti di terreno
complessivo furono concesse rispettivamente a Gregorio Giovannini e a
Evangelista Benedetto; il 1642, quando la Duchessa Cristina di Francia,
decretò la costruzione della piazza Reale, e il 1680, data del
testamento del Marchese Francesco Havard de Senantes. Nel lascito il palazzo,
già costruito, venne trasmesso a sua figlia Cristina Carlotta,
poi moglie del Marchese Giovanni Battista Isnardi di Caraglio, che ne
divenne proprietario nel 1693.
Per
la facciata, come visto, fu fedelmente seguito il disegno di Carlo di
Castellamonte. Non si hanno invece notizie relative alla sistemazione
delle parti interne del fabbricato, totalmente diverse rispetto agli altri
palazzi della piazza, e bisogna arrivare fino alla metà del Settecento
per avere riscontri documentari sugli architetti che vi lavorarono.
E' infatti molto probabile che l'attuale assetto del palazzo risalga a
quel periodo, quando venne integrato e decorato sotto la regia di Benedetto
Alfieri, Regio Architetto dal 1739, e uno dei più autorevoli artefici
della Torino del "classicismo-barocco": dalla sistemazione definitiva
di piazza Palazzo di Città al "drizzamento" della contrada
di Dora Grossa (attuale via Garibaldi), dagli interni di palazzo Chiablese
a quelli di palazzo Barolo, dal Teatro Regio al Teatro Carignano.
Uno degli interventi di disegno urbano di Alfieri riguardò proprio
l'architettura di piazza San Carlo: per ragioni statiche, il Regio Architetto
intervenne sui portici murando in un solido pilastrone rettangolare le
esili colonnine binate del progetto seicentesco, che a fatica sorreggevano
il peso delle facciate. In questo modo le fronti della piazza assunsero
l'aspetto che presentano ancora oggi. E' interessante notare come gli
attuali edifici dei lati corti della piazza siano stati ricostruiti, negli
anni '30 di questo secolo, riprendendo la soluzione originale del Castellamonte
per le colonne del portico.
Il palazzo fu perfezionato con grande cura e passione dall'ultimo Isnardi,
Angelo, che ne divenne proprietario, ancora in infanzia, nel 1737. E'
infatti proprio intorno al 1753 che Alfieri iniziò i lavori di
definitiva sistemazione, compresi lo scalone monumentale e la facciata
verso la contrada dei Conciatori (attuale via Lagrange). Nel cantiere,
Alfieri si valse dell'assistenza dell'architetto Giovanni Battista Borra,
che poi, dopo la sua morte nel 1767, lo sostituì, specialmente
per le decorazioni, assieme a Filippo Castelli.
Nel 1770, alla morte di Angelo Isnardi il palazzo fu ereditato dagli Asinari
di San Marzano, che lo tennero per affittarlo. Nel 1771 l'Ambasciatore
di Francia, barone Luigi di Choiseul, diede un gran ballo per festeggiare
le nozze di Luisa di Savoia, figlia del futuro Re Vittorio Amedeo III,
con il Conte di Provenza che, alla Restaurazione, divenne Re di Francia
come Luigi XVIII.
Nel 1782 il palazzo fu venduto al Marchese Giuseppe Vincenzo Solaro del
Borgo, poi marito di Luisa Asinari di San Marzano.
I Solaro tennero il palazzo fino al 1838, abitandolo essi stessi fino
al 1827, quando lo affittarono all'Ambasciatore di Russia, il conte Woronzoff-Dashkoff.
Nel 1838 il palazzo fu venduto (per Lire 380.000) all'Accademia Filarmonica
che, a ventiquattro anni dalla sua fondazione, vi trovò così
la sua sede definitiva.
L'Accademia, fino alla fine degli anni '50 del secolo scorso, funzionava
anche come una vera e propria scuola di musica, per cui uno dei primi
provvedimenti presi fu di allestire un salone per i concerti: l'Odeo.
Ne fu incaricato il socio architetto Giuseppe Talucchi, che, sfruttando
lo spazio del terrazzo che affacciava sul cortile, progettò la
nuova sala armonizzandola con grande sensibilità all'opera di Benedetto
Alfieri, adeguando e trasformando l'edificio alle mutate esigenze di destinazione:
da residenza privata a sede del circolo.
Originariamente l'interno del cortile disegnato dall'Alfieri terminava
chiudendo verso via Lagrange con una quinta scenografica semicircolare
che mascherava, al piano terra, gli spazi funzionali quali le rimesse
e le scuderie (i cui portoni sono tuttora individuabili dagli sfondati)
e dal piano nobile un terrazzo balcone sagomato in pianta ad emiciclo
di pertinenza della Galleria che aveva perciò anche un affaccio
interno.
Infatti, pur non avendo rinvenuto documenti dell'epoca, da un'attenta
lettura dello stato attuale (in particolare della disposizione dei pilastri
dell'androne su via Lagrange) è rilevabile la forma semicircolare
che chiudeva il cortile col soprastante terrazzo.
Con grande naturalezza il Talucchi realizzò una struttura di consolidamento
con colonne ed archi su una pianta esagonale, allargando il piano del
terrazzo e ottenendo così un cortile quadrato, che assunse lo spazio
geometrico di un cubo ideale di circa 16 m. di lato, pari all'altezza
delle maniche interne est e ovest,
Il disegno della facciata esterna dell'Odeo doveva essere risultato all'architetto
più facile, in quanto era già stato tracciato dall'Alfieri
per la Galleria che dava sul cortile: infatti per ragioni di simmetria
con gli interni dell'Odeo, Talucchi ripropose per la nuova facciata interna
del piano nobile il ritmo di pieni e vuoti preesistente sugli esterni
della Galleria.
Al fine di ottenere un grande volume interno, acusticamente armonico atto
a manifestazioni musicali come l'Accademia richiedeva, Talucchi utilizzò
lo spazio lasciato libero dalla eliminazione del terrazzo originario per
costruire un salone secondo un modulo base di 11,50 m., pari all'altezza
e alla larghezza del salone e, raddoppiato, alla sua lunghezza.
L'Odeo, completato nel 1840, sorse quindi come naturale analogia speculare
del Salone d'Ingresso, allora affrescato dal Galliari.
Infine, per completare i collegamenti tra la nuova e la vecchia struttura
al di sopra dell'Odeo, al fine di evitare eventuali distacchi, Talucchi
realizzò una grande copertura con capriate in legno di 20 m. di
luce.
Circa la decorazione in stile tardo "restaurazione" composta
da specchi e stucchi è da notare come, a posteriori pur mantenendo
una autonomia stilistica, questa risulti in sintonia coll'arredo rococò
realizzato cent'anni prima dall'Alfieri, dal Borra e dal Castelli, in
virtù anche della scelta dei materiali stessi che hanno creato
una sequenza organica di ambienti aulici di diversa epoca.
Con questa aggiunta si conclusero le modifiche sostanziali del palazzo,
se si escludono le opere di adattamento degli interni deliberate alla
fine dell'ottocento, e le opere di ricostruzione effettuate dopo i bombardamenti
dell'ultima guerra.
Nella notte infatti di venerdì 20 novembre 1942, spezzoni incendiari
lanciati sulla città da incursori aerei inglesi colpirono in particolare
le travature del tetto verso piazza San Carlo. Le fiamme, rapidamente
propagatesi, investirono i sottostanti piani provocando la caduta dei
soffitti.
A causa dell'alto numero di incendi che contemporaneamente ardevano nella
città, solo dopo un'ora fu possibile l'intervento di una sezione
dei vigili del fuoco che, anche con l'aiuto di soci presenti, dopo tre
ore d'impervio lavoro riuscirono a circoscrivere i principali focolai.
Nel frattempo le fiamme avevano invaso e distrutto la sala da gioco, la
sala del biliardo, la sala di lettura, la biblioteca d'uso, la foresteria
e, al piano superiore, le segreterie, la direzione, l'archivio con i documenti
relativi agli anni 1925/1942. Fortunatamente l'archivio antico e la biblioteca
musicale, conservati in altra ala del palazzo, si salvarono.
Successivamente purtroppo, attraverso le armature del tetto, il fuoco
riprese vigore facendo crollare, nella giornata di domenica 22, il soffitto
del grande salone d'ingresso, affrescato da Bernardino Galliari e poi,
propagandosi all'anticamera e alla sala gialla, distruggendo completamente
i magazzini degli ammezzati.
L'incendio fu completamente domato soltanto il martedì 24 novembre,
ma ormai tutta la parte prospiciente piazza San Carlo era crollata, salvo
la sola facciata.
Ancora l'8 dicembre 1942 spezzoni incendiari colpirono la parte del palazzo
affacciata su via Lagrange, ma con danni limitati ai tetti, dato il pronto
intervento del personale.
L'INTERNO
Cortile
Al grande cortile quadrato interno si accede dalla piazza San Carlo attraversando
l'imponente atrio castellamontano, scandito da robusti pilastri che sostengono
il sovrastante corpo di fabbrica. Sui due lati si affacciano le maniche
degli appartamenti e il quarto lato è chiuso dalla fabbrica di
Alfieri e Talucchi che copre l'andito verso via Lagrange. Questo cortile,
opportunamente addobbato e coperto, fu anche utilizzato come sala da ballo
dall'ambasciatore di Francia, barone di Choiseul, il 13 aprile 1771 e
poi ancora dal conte Rignon, sindaco di Torino nel 1871.
Scalone
Dall'atrio
si accede allo Scalone a due rampe, ornato di stucchi e di balaustre in
pietra di Garessio, che fa certamente parte del contributo dell'architetto
Benedetto Alfieri alla costruzione del palazzo.
Salone d'ingresso
L'altezza
del salone è di due piani, marcati in alto da un ballatoio con
balaustra di ferro battuto. Il soffitto era in origine affrescato da Bernardino
Galliari, (1758) ed ora, dopo le distruzioni della guerra, opera dei pittori
Tagliaferri e Politi che vi raffigurarono i Presidenti della ricostruzione
postbellica, Tancredi Carrassi del Villar e Giovanni Canova, il Presidente
della Commissione per la ricostruzione, Ettore Duprè, l'architetto
che diresse i lavori Arturo Midana, e gli stessi pittori. Al di sotto
del ballatoio sono invece rimasti intatti i bassorilievi di stucco che
rappresentano le fatiche d'Ercole, attribuiti allo scultore Bernero. All'epoca
dei Solaro era ammobiliato, molto sobriamente, con grande tavolo e due
più piccole consolles e portamantelli. Era quindi sostanzialmente
una sala di passaggio, per arrivare nell'anticamera vera e propria, e
un salone da ballo.
Sala da pranzo soci
Il soffitto è in stucco dorato in stile Luigi
XV, come tutto il resto della sala. Da esso pende un lampadario stile
Impero, e quindi diverso da quello che illuminava l'ambiente in origine.
Di legno dorato le cornici degli specchi e quelle delle splendide sovrapporte,
con dipinti dovuti probabilmente a Michele Rapous, specialista in soggetti
di fiori e frutta, le cui opere si trovano, oltre che a Palazzo Reale,
in moltissime case e palazzi piemontesi. All'epoca dei Solaro questa era
l'anticamera, fornita di sofà, "cadregoni" e sedie, e
decorata da un'allegra
tappezzeria di seta bianca a grandi fiori verdi e rosa.


Sala da pranzo foresteria
Anche qui un ricchissimo soffitto in stucco dorato Luigi
XV e un lampadario Impero. La decorazione di tutto il salone continua
questa volta anche negli stucchi delle sovrapporte, rappresentanti le
Arti, dovuti probabilmente allo stesso Bernero, autore degli stucchi del
salone d'ingresso, scultore di corte e professore a Torino a metà
del settecento. Il paracamino intagliato e dorato è ancora quello
originario dei Solaro, quando questo era il "Salone di compagnia",
fornito di due sofà, sedici "sedioni" e una gran tavola
rotonda centrale, e rivestito da una tappezzeria di seta ricamata in oro.

Salone foresteria
Il
soffitto, come per gli altri saloni, è in stucco dorato, con lampadario
Impero, come dorate sono le sovrapporte e le cornici delle specchiere.
Qui, forse, si comincia a sentire di più lo stile Luigi XVI sia
nella decorazione che nei dipinti delle sovrapporte, rappresentanti putti
che giocano intorno a dei candelieri, quasi monocromi, dipinti probabilmente
da Vittorio Amedeo Rapous, fratello del pittore della sala da pranzo soci,
e che di questo genere era un celebre specialista nella seconda metà
del settecento. Questo salone era in origine la camera da letto "di
parata" della padrona di casa, e si affacciava con una finestra sul
cortile e con due porte su un ampio terrazzo (oggi sono le porte che danno
nell'Odeo). Era riccamente ammobiliata, con un letto a colonne nella parete
di fronte al terrazzo e una tappezzeria bianca di seta ricamata, allo
stesso modo di un sofà e di sedici "cadregoni" che, con
due tavoli rotondi, completavano l'arredamento.
Di fianco al letto, da dove oggi si entra nel salone, vi era l'oratorio,
col soffitto decorato al centro dalla colomba dello Spirito Santo.
Ottagono
Questa
piccola sala è il gioiello dell'appartamento, e non ha subito mutamenti
sostanziali dall'epoca degli Isnardi, dei San Marzano e dei Solaro. Sono
di grande ricchezza decorativa soffitto e sovrapporte, nelle quali i dipinti
di fiori sono probabilmente del Rapous, come quelli della sala da pranzo
soci. Dei tre ovali che ornano le pareti a specchiere, il ritratto di
Vittorio Amedeo III (1773/1796), a cui fanno pendant le dee della pace
e della guerra, permette di stabilire che questa sala fu completata dai
San Marzano o dai Solaro, che tennero il palazzo dopo il 1770. I dipinti
sono di Gian Domenico Molinari, pittore alla sua epoca celebre, che lavorò
anche per la Casa Reale. Gli otto piccoli divani, anch'essi della stessa
epoca, furono ricamati a piccolo punto nel 1839 dalle mogli dei soci dell'Accademia.
Il paracamino potrebbe essere anch'esso del Rapous o, se anteriore di
qualche anno, della pittrice Anna Caterina Gili.
La Galleria
La Galleria dal punto di vista dello stile e della decorazione, è
il naturale proseguimento dell'Ottagono, con le pareti a specchiere, il
ricchissimo soffitto da cui pendono tre lampadari e gli otto quadri mitologici
che decorano le specchiere. (Partendo da sinistra rispetto alla porta
che dà nell'Ottagono i soggetti rappresentati sono: 1° Piramo
e Tisbe; 2° Eracle e Onfale; 3° Leda e il cigno; 4° Cefalo
e Procride; 5° Coreso e Calliroe; 6° l'ebbrezza di Bacco; 7°
un satiro avvinto da alcune ninfe; 8° Apollo e Arsinoe). Le opere
di pittura e scultura della Galleria sono attribuite al pittore Ludovico
Tesio, piemontese, allievo a Roma di Pompeo Batoni, autore delle otto
a soggetto mitologico e a Francesco Ladatte, scultore piemontese che studiò
e operò a lungo a Parigi, autore delle due sovrapporte scolpite
con i putti circondati da una grande conchiglia. Sono anche originali,
come quelli dell'ottagono i divani e gli sgabelli ricamati anch'essi a
piccolo punto dalle mogli degli Accademici nel 1839 per sostituire la
vecchia stoffa consumata dell'epoca dei Solaro. La Galleria aveva molta
più luce quando affacciava sul grande terrazzo, oggi sostituito
dall'Odeo, oltre che su via Lagrange.
Odeo
Disegnato
dall'architetto Talucchi, socio dell'Accademia, nel 1838, e completato
nel 1840, al posto della terrazza dell'Alfieri, rappresenta un ricco esempio
di stile di transizione dalla Restaurazione al neoclassicismo, ed è
il tributo dato alla musica dai soci di allora. Al fondo vi è il
ritratto attribuito al Capitini di Re Carlo Alberto, che dell'Accademia
fu protettore e mecenate. L'Odeo riprende, con gusto più moderno,
gli ambienti con pareti a specchiera e la decorazione dorata di tutto
il resto dell'appartamento, con l'aggiunta, sotto il ritratto di Carlo
Alberto, di un palco sopraelevato per le esecuzioni musicali.
Sale sociali
Queste sale, in gran parte ristrutturate a partire dall'acquisto
da parte dell'Accademia e dopo l'ultima guerra, formavano un tempo un
appartamento, assai meno ricco di quello verso via Lagrange, composto
da un ingresso (l'attuale biliardo), una camera da letto (l'attuale sala
della televisione), altre due camere, un salone e uno studio.
Nota 1: Vedi anche archivio
Solaro del Borgo.
|
 |